Rara Avis Reggio Calabria
RARA AVIS
Ritratti in Bronzo dalla Magna Grecia al Contemporaneo
Antonio Affidato
Museo Archeologico
Nazionale di
Reggio Calabria
31 Agosto – 18 Settembre 2026
Rara Avis
Vi sono mostre che espongono opere d’arte e mostre che riescono a trasformarsi esse stesse in un’opera. “Rara Avis”, l’esposizione di Antonio Affidato, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Essa non rappresenta semplicemente una raccolta di sculture, ma il riuscito tentativo di riallacciare il filo, troppo a lungo spezzato, tra la Magna Grecia e il presente, dimostrando come il passato non sia un reperto immobile da custodire, bensì una forza viva, capace di generare nuova arte, nuova consapevolezza e nuova identità.
L’itinerario creativo di Antonio Affidato nasce dall’incontro di tre elementi solo apparentemente diversi. Il primo è la straordinaria sapienza tecnica respirata sin dall’infanzia nel laboratorio del padre, Michele Affidato, maestro orafo ormai riconosciuto a livello internazionale, dove il metallo cessa di essere materia inerte per diventare forma, luce e simbolo. Il secondo è costituito dalle esperienze maturate nei numerosi confronti con il panorama artistico europeo, che hanno ampliato il suo linguaggio senza mai reciderne le radici. Il terzo, il più difficile da acquisire perché non si apprende, è il talento naturale dello scultore, quella capacità di infondere vita alla materia che distingue il semplice artigiano dal vero artista.
Questa mostra nasce anche da un’esigenza profondamente civile. Antonio Affidato rende infatti omaggio alla storia millenaria della sua Crotone, nella convinzione che nessuna rinascita culturale, sociale ed economica possa realizzarsi senza una piena riappropriazione del proprio passato. Una comunità che dimentica le proprie origini smarrisce inevitabilmente anche il senso del proprio futuro; al contrario, una comunità che riscopre la propria memoria ritrova la forza per immaginare nuovi orizzonti.
Per questo motivo Mito e Storia si fissano nel bronzo e negli altri materiali sapientemente dominati dallo scultore, trasformandosi in una narrazione continua. L’esposizione assume così la forma di un autentico racconto storico, nel quale i protagonisti non sono figure immobili, prive di emozione, ma uomini e donne animati da passioni, dolori, speranze e grandezze. Lo spettatore non osserva semplicemente le opere: viene coinvolto nel loro racconto, chiamato a dialogare con esse e, attraverso esse, con la propria memoria.
È proprio questa la ragione del successo di “Rara Avis”. La mostra non si limita a stupire per la qualità tecnica delle opere, ma riesce soprattutto a suscitare emozioni, invitando alla riflessione e al ricordo. Il calabrese, spesso inconsapevole della straordinaria ricchezza della propria storia, viene posto dinanzi alla sua identità perduta. L’artista gliela restituisce con tutta la forza evocativa della grande scultura, ricordandogli che la Calabria non è soltanto terra di problemi contemporanei, ma è stata una delle culle della civiltà mediterranea.
Il percorso si apre con Medusa, magnetica e misteriosa. Colei che, secondo il mito, pietrificava chiunque incrociasse il suo sguardo, è ora essa stessa fissata nella materia, ma continua a esercitare un irresistibile potere di fascinazione. I suoi occhi sembrano ancora catturare chi la osserva, trasformando il mito in un’esperienza emotiva.
Dopo la Gorgone appare Gea, la Madre Terra, origine e compimento di ogni esistenza. È un altro archetipo del femminile, altrettanto potente, altrettanto enigmatico. Nei suoi occhi si legge la stessa intensità magnetica di Medusa, ma trasfigurata nella forza generatrice della natura.
Il percorso conduce poi a Hera, la dea tutelare di Crotone. Antonio Affidato ha restituito simbolicamente alla sua città, con la statua che rievoca l’immagine perduta della divinità che dominava il santuario di Capo Lacinio. La dea avanza nella statua con una maestà composta, quasi sospinta dal vento della storia, ma nella mostra di essa si vede solo il volto. In essa si riconosce l’incarnazione stessa di Crotone, grande nel passato e chiamata ancora oggi a costruire il proprio avvenire.
Segue Eracle, gloria di Hera e mitico ecista della polis, protagonista delle più celebri emissioni monetali crotoniati. Lo scultore lo rappresenta giovane, già vittorioso sul leone di Nemea, ma profondamente umano, segnato dalla fatica e dal tormento che accompagneranno tutta la sua esistenza eroica.
A Crotone non poteva mancare Pitagora, il personaggio che più di ogni altro trasformò il destino della città e dell’intera Magna Grecia. Affidato lo raffigura con il turbante, memoria della sua formazione orientale, sottolineandone la dimensione universale. È il filosofo che non distingueva uomini e donne, Greci e barbari, ma riconosceva soltanto il valore delle persone; il legislatore che affidava il governo della città ai competenti e ai saggi; il pensatore che promosse la prima grande area di circolazione economica comune tra le città della sua scuola.
Accanto a lui compare Alcmeone, medico e filosofo oggi troppo spesso dimenticato, ma celebre nell’antichità. La sua presenza ricorda come Crotone non sia stata soltanto patria di guerrieri e atleti, ma anche di scienziati e pensatori che contribuirono in modo decisivo alla nascita del sapere occidentale.
Segue Milone, il più celebre degli atleti crotoniati. Simbolo di forza fisica, ma anche di disciplina intellettuale, poiché allievo di Pitagora e marito della figlia Myia, egli rappresenta la sintesi perfetta tra eccellenza del corpo ed elevazione dello spirito, valori che fecero della Magna Grecia un modello ammirato in tutto il Mediterraneo.
Il percorso si conclude con Phayllos, raffigurato nel pieno dello sforzo della battaglia. Non è soltanto l’atleta vittorioso, ma il cittadino che, insieme ad altri Crotoniati, armò a proprie spese una nave per combattere a Salamina contro la sterminata flotta di Serse. Accanto a lui compare il volto contratto dello sconfitto sovrano persiano, convinto di poter assoggettare il mondo greco. In quella smorfia di dolore si riflette il fallimento di ogni tirannide. Nel giorno in cui il sogno imperiale di Serse si infranse, la Magna Grecia era presente e combatté al fianco degli altri Elleni per difendere quel bene supremo che ancora oggi costituisce il motto della Grecia moderna: «Libertà o morte».
In una suggestiva composizione circolare, questa mostra, inaugurata alla Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, conclude il proprio percorso italiano nel luogo che più naturalmente le appartiene: il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Qui le opere di Antonio Affidato ritrovano il dialogo con i capolavori dell’antichità che le hanno ispirate, dimostrando come il museo contemporaneo non debba limitarsi a custodire la bellezza del passato, ma sappia diventare laboratorio di idee, generatore di nuova cultura, promotore di talenti e luogo nel quale l’antico continua a parlare al presente. È questa la vera rarità evocata dal titolo **Rara Avis**: un’arte che non imita il passato, ma lo comprende, lo rinnova e lo restituisce alla comunità come strumento di memoria, identità e speranza.
Il Mito come linguaggio dell’eterno
Ogni ricerca artistica nasce da un’esigenza di conoscenza. La mia trova origine nel desiderio di comprendere come alcune immagini riescano ad attraversare i secoli, sopravvivendo al tempo, alle civiltà che le hanno generate e persino ai mutamenti della sensibilità contemporanea. È in questa capacità di permanenza che riconosco la natura autentica del mito. Il mito non appartiene al passato. Appartiene a ogni epoca che continui a interrogarsi sull’uomo. Da questa convinzione nasce Rara Avis, un progetto che si sviluppa come un percorso di ricerca intorno alle figure della Magna Grecia. Un cammino che, nelle diverse sedi espositive, ha progressivamente approfondito differenti prospettive: il rapporto con la storia e con i protagonisti di Kroton, la dimensione della materia e della trasformazione del bronzo, fino ad approdare, in questa esposizione, alla riflessione sul mito quale forma universale della conoscenza. La Magna Grecia rappresenta uno dei momenti più alti del pensiero mediterraneo, nel quale filosofia, arte, scienza e spiritualità costituivano un unico sistema di interpretazione del reale. In essa il mito non era una semplice narrazione, ma un linguaggio capace di esprimere ciò che il pensiero razionale, da solo, non riusciva a contenere. Per questo continua ancora oggi a parlarci: non perché conservi la memoria dell’antico, ma perché custodisce immagini originarie attraverso cui ogni generazione continua a riconoscersi. La mia ricerca non si propone di ricostruire il passato. L’interesse non risiede nella restituzione filologica del volto storico, ma nella sua trasfigurazione. Ogni opera nasce da uno studio rigoroso delle fonti, dell’archeologia, dell’iconografia e della storia, ma trova compimento soltanto quando la figura si libera dalla dimensione cronologica per assumere quella archetipica. Pitagora non rappresenta esclusivamente un filosofo; diventa l’immagine della conoscenza. Alcmeone incarna la tensione inesauribile verso la ricerca. Milone esprime la disciplina come via di perfezionamento dell’essere. Eracle supera la dimensione dell’eroe per trasformarsi nell’archetipo della prova e della conquista interiore. Hera, Gea e Medusa cessano di appartenere soltanto al pantheon della mitologia greca per manifestare princìpi universali: la regalità, l’origine, il mistero, la forza generatrice, la vulnerabilità e la trasformazione. Anche il linguaggio plastico nasce dalla medesima esigenza di sintesi. La riduzione del superfluo, l’essenzialità delle superfici, l’equilibrio delle proporzioni e la costruzione della luce non ricercano l’imitazione dell’antico, ma la permanenza dell’idea. Ogni forma è chiamata a esprimere soltanto ciò che è necessario, lasciando che il silenzio della materia completi ciò che la forma suggerisce. In questo processo il bronzo assume un ruolo centrale. Non rappresenta soltanto il materiale dell’opera, ma una materia viva, capace di conservare nella propria superficie la memoria della fusione, del tempo e del gesto umano. Ogni patina, ogni riflesso, ogni variazione luminosa partecipa alla costruzione del significato, trasformando la luce in elemento plastico e simbolico. La mia formazione come scultore e orafo nasce da un’unica concezione della materia. Se la scultura costruisce il volume, l’oreficeria insegna ad ascoltare la luce. Sono due discipline differenti che condividono la stessa ricerca dell’essenziale. Questa duplice esperienza influenza ogni opera, nella cura del dettaglio come nella costruzione delle superfici, nell’equilibrio delle masse come nella precisione del particolare. Non considero quindi il mito come un tema iconografico, ma come un metodo di conoscenza. Le figure della Magna Grecia diventano strumenti attraverso i quali riflettere sull’uomo contemporaneo. Non raccontano un’epoca conclusa, ma continuano a interrogare ciò che nell’uomo rimane immutabile: il desiderio di conoscere, la necessità della prova, il rapporto con il potere, il mistero della vita, il limite, la trasformazione. È in questo spazio, sospeso tra memoria e presente, che prende forma la mia ricerca artistica. Una ricerca che non guarda all’antico per nostalgia, ma perché riconosce nella sua eredità simbolica una possibilità ancora viva di comprendere il nostro tempo.
L’arte non restituisce il passato.
Restituisce la possibilità di riconoscersi in esso.





